Please stand in line

La coda per essere ammessi come visitors si snoda invalicabile fino alla fine della sala, della moquette e la fine di ogni interregno permesso dall’atterraggio nel non luogo di passaggio, nel limbo del viaggiatore penitente. Noi si entra in America a testa bassa, un po’ schiacciati dalla crisi che con effetto eco sta rintronando anche la vecchia europa. Noi si entra carichi di bagaglio, carichi di vita e profondamenti attratti da questa chimica magica che sir Obama ci sta spruzzando addosso. Di rimando, sui venti dell’oceano. Noi si cade consenzienti tra le urla di sirene ammaliatrici di camion dei pompieri che sembrano opere d’arte e poliziotti in Harley Davidson, abbronzati e smaglianti come un surfista dell’embarcadero. Quando raggiungi lo sportello di competenza e consegni i tre fogli da bravo immigrato – quelli in cui no, non porto bestie con me e no, non sono una terrorista e nemmeno, sono stata parte del collettivo della germania nazista, giuro, vi voglio bene – quello ormai ti fissa, con il sopracciglio di chi vede gente come te ogni giorno, con l’aria sfatta da 12 ore di volo e 9 di fuso, ma più in profondo ancora, con una disdicevole aura negativa da cittadino seviziato. A novanta sempre di più omaggiati dalla visione ribaltata che dell’Italia si farciscono le pagine virtuali di giornali mondiali. Sì sono una cittadina italiana. E ogni volta che ho scritto Italy o Italian ho visto cadere secoli di dignitoso sviluppo, vomitando orgoglio, stima e autocritica nel cestino accanto. O nel tritarifiuti del mio nuovo lavandino. L’ultima volta che sono stata ammessa in questo Paese ero decisamente più intenzionata a tornare nel mio. “Vuole restare a lavorare qui? Cerca lavoro? I suoi genitori lavorano? Perchè sta così tanto se è solo per vacanza?” Mi stai facendo più domande di quante io possa pensare siano consentite dalla carta dei diritti del viaggiatore, me ne stai chiedendo addirittura più del tuo collega russo, che ogni volta mi intercetta e mi inchioda: “sei cecena?”. Mento spudoratamente, no per carità non ho nessuna intenzione di abbandonare la mia patria, le pare? Le 12 ore di volo che ho sulle pieghe degli occhi e sull’arsura in faccia non aiutano a sembrare convincente. Ma sorrido. E articolo di nuovo suoni in questo accento che, dio, aspettavo da troppi anni di poter rifonetizzare. Ora, signorina italiana che non vuole restare da noi, metta le quattro dita della mano destra sullo scanner. Lascio che la luce verde svergini anche l’ultimo sigillo di identità inviolato dopo la sfilza di cazzi miei appena chiesti e, suppongo, registrati. Ma non batto ciglio, e mentre stringo tra loro terrorizzate le mie 4 dita provo a convincermi del gesto, in fondo è un po’ come stringere la mano di Obama, suvvia, il verde matrixiano che mi mette in contatto direttamente con dio, nero per l’occasione. Massì, ma scannerizzami le impronte digitali, ormai non ho più remore. Sarà il jet lag. Stringa le dita della mano destra, grazie. Spock non può essere scannerizzato, sappiatelo.

E poi quando la puzza di aereo ha superato quella dei treni e il tuo limite di sopportazione per il prossimo tocca abissi pericolosi, immensa si apre e ti accoglie solare Frisco. Aiuta a generare l’incanto perfetto il personale caronte che ci siamo accaparrati, 15 dollari ciascuno, su un minivan bianco speranza che saetta sulla super strada. Link materiale tra San Bruno e San Francisco. Mentor finale del viaggio nel sé viaggiatore intrapreso da Genova a qui. Lui chiude il cerchio. Lui riesce a parlarti bene del Paese da cui tu, ingrato stronzo, te ne stai andando sbattendo la porta. Per celebrare la tua entrata, strombazza gioviale al cartello “welcome to san francisco”. Benvenuti nel paese di domani.