Open doors

Uno pensa che qui negli Usa la paranoia sia un po’ ovunque. Soprattutto visto il “caloroso” benvenuto che ci hanno riservato all’aeroporto. Quindi ti prepari già ad assistere a scene di isteria collettiva, a misure da sicurezza degne. Ti prepari a vivere un mese all’ombra del terrore, insomma. 

Ti prepari.

E poi torni a casa a pranzo, e trovi la porta dell’appartamento spalancato. Ma non sei pronto a tutto ciò.

Voglio dire. La porta aperta. Altro che panico. Sei già lì con il pollice pronto a digitare il 911, quando ti accorgi che non solo la porta è aperta, ma ci sono perfino delle persone dentro. 

Ecco, mi avranno già rubato tutto. 

E invece no, sono degli operai che stanno installando il calorifero, scusandosi per il disturbo. 

E tu, italiano fin sotto la pelle scottata dal sole della Baia, inizi a cercare con lo sguardo il Mac, la macchina fotografica, i soldi che hai messo nel cassetto. C’è tutto, non manca nulla. Eccavolo, è ovvio che sia così. È ovvio per loro, non per te che hai una porta blindata e devi usare quattro diverse chiavi prima di entrare in casa tua. È ovvio per loro che entrano nell’appartamento che hai affittato per un mese, ma sempre dimostrando un grande rispetto per la tua proprietà. Non è ovvio per te che l’unica volta che hai portato gli auricolari penzolanti fuori dalla borsa per due sole fermate di bus non li hai più ritrovati. È normale per loro che camminano per Market Street con la reflex digitale su una spalla, ma non per te che devi tenere sempre stretta la borsa prima di infilarti in Via San Vincenzo. 

E così, alla fine, ti vergogni di aver pensato che qualcosa potesse essere stato rubato. E ti accorgi di come si può vivere male nell’ansia. E se è vero che le misure antiterrorismo hanno danneggiato profondamente alcune libertà personali negli Usa, la fiducia verso il prossimo qui c’è. A differenza dell’Italia.

Perché quella che alcuni chiamano prudenza in realtà è solo fuckin’ paranoia.